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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Admin (del 30/05/2009 @ 13:22:40, in Ricette, linkato 1990 volte)

Suadenti fine pasto per accompagnare dessert o per rinfrescarsi nelle calde serate d'estate, dicevamo, nel post precedente, a proposito degli infusi di frutta ed erbe.
In realtà, con un pizzico di creatività, questi liquori possono diventare, magari utilizzandoli sapientemente e sfruttando le loro caratteristiche aromatiche, a dare un tocco d'enfasi ad un piatto o, se si è in vena di sperimentazioni, come veri e propri protagonisti di una preparazione gastronomica. In ambedue i casi il risultato potrebbe risultare l'arma vincente per accattivarsi la simpatia degli amici a tavola.
Vi do due idee, sperimentate personalmente e quindi senza il pericolo di preparare immondi pastrocchi.
La prima riguarda l'uso come supporto per, a chi piace, accompagnare formaggi sapidi e a media stagionatura. E' un ridotto (la procedura di riduzione sta a significare la preparazione di uno sciroppo denso) di liquore di nocino. La preparazione è abbastanza semplice: in un pentolino versate 2 bicchieri di liquore di nocino (segliete quelli fatti in casa o da produttori artigianali), 100gr. di zucchero semolato e una punta di cucchiaio di amido per cucina. Mescolate in modo che lo zucchero e gli altri componenti si sciolgano, portare ad una leggera ebbollizione e quindi abbassare la fiamma cuocendo lentamente il liquido, continuando a mescolare, in modo che non attacchi e che addensi più in velocemente. Il ridotto è pronto quando mettendone una goccia tra indice e pollice vi sembri denso tanto da filare. Attenzione però a non caramellare il composto. Lasciate raffreddare e conservate in un vasetto di vetro per l'uitilizzo che, poi, ne vorrete fare.
Il secondo suggerimento è una preparazione a base di riso. In realtà potremmo chiamarlo risotto poichè il procedimento di cottura è quello proprio del risotto.
Risotto al limoncello di Sorrento.
Ingredienti per 4 porzioni:
- Riso Carnaroli, 300gr.
- Brodo vegetale (no dado), 1 lt.
- Cipolla bianca, mezza
- Olio extravergine d'oliva IGP della Penisola Sorrentina, un bicchiere
- Burro fresco, 30 gr.
- Liquore di limoni di Sorrento da frutti non trattati IGP, un bicchiere
- Grana grattuggiata (meglio se di pecora), 150 gr.
- Pepe bianco macinato fresco, qb
Procedimento:
Fate imbiondire la cipolla affettata sottile nell' olio è in metà del burro. Versate il riso e tostarlo, avendo cura di non bruciarlo. Aggiungete quindi un mestolino di brodo, il bicchiere di limoncello e il pepe bianco. Lasciate sfumare. Una volta ritornato asciutto il riso, avviare alla cottura versando brodo, di volta in volta, in quantità sufficiente a coprirlo appena. Procedere sino a cottura, togliere il risotto dal fuoco, mantecare con la grana e aggiungere il restante burro.
Lasciate riposare il risotto per almeno 5 minuti prima di servire, magari guarnendo il piatto con scorze fresche di limone di Sorrento IGP.
A questo risotto abbinerei un bianco di Capri.

Risalgono, probabilmente, all'epoca imperiale se ne ritrova traccia negli scritti di Ovidio nei quali si racconta che il poeta, giunto a Roma dalla nativa Sulmona, fu ammesso alla corte imperiale, dove conobbe Giulia, la figlia di Augusto, che lo prese in simpatia e gli offerse amicizia, protezione a forse anche l’amore.
L’autore de "’Ars amandi" un giorno le donò un liquore, il mulsum citreum, un vino mielato al profumo di cedro. Si presume che quel mulsum citreum sia stato l’antenato delle bevande alcoliche a base di agrumi.
Ma gli infusi hanno iniziato la loro vera diffusione come medicamento.
La scuola medica salernitana, nel medioevo, scoprì che grazie all'alcol era possibile mantenere i principi attivi e benefici di piante, radici e frutti. Da allora gli infusi divennero molto popolari grazie e soprattutto al contributo dei monaci che negli eremi si dedicavano, in maniera continuativa, alla selezione e alla raccolta degli ingredienti officinali.
Oggi il mercato offre una varietà notevole di liquori, amari ed infusi alcolici non sempre risultato di una ricetta tradizionale ma frutto della fantasia e di miscele di estratti .
Quando parliamo di infusi la mente ci riporta, puntualmente, a quelli prodotti in casa e di cui ogni famiglia conserva un ricetta personale e segreta. Limoncello, Finocchietto, Liquirizia, Nocino, Concerto, tanto per ricordarne qualcuno, non rappresentano più medicamenti ma squisiti dopopasto che accompagnano dessert e gelati o che ci affrancano nelle afose serate estive.
Negli ultimi decenni si sono sviluppate piccole imprese agricole che, proprio partendo da segrete e personali ricette di famiglia, hanno cominciato a produrre per il mercato questi liquori. Il loro profilo è ben delineato e si distingue nella pratica, assolutamente artigianale, dele preparazioni.

E' stato sempre un nostro limite quello di non essere in grado, nella pratica, di costruire una rete efficace di interessi comuni. Forse perchè ancora troppo legati a vecchie logiche ed abitudini, forse perchè il legame "alla roba", di Pirandelliana concezione, è troppo radicato nel nostro DNA.
Mi vengono in mente, giusto per fare un esempio, i Patti territoriali, i Consorzi di tutela di alcune DOP, le Comunità montane e i Parchi nazionali. Abbiamo assistito, troppo spesso, a titanici "carrozzoni", più o meno istituzionali, che sono partiti interpretando il concetto di "rete" costruendo contenitori che sono restati li, in parcheggio, a raccogliere polvere e qualche consenso ideologico.
L'area vesuviana dispone,e tutti noi lo sappiamo, di risorse e tipicità non riproducibili altrove, potenzialità spesso sminuite da un'offerta debole, mal organizzata e che continua a muoversi sul mercato in maniera caotica e, troppo spesso, maldestra, dimenticando che è vero: “l'unione fa la forza”, ma le forze, per essere efficaci, hanno bisogno di essere controllate e guidate e che non basta il Marketing territoriale da solo.
Un "Vesuvio che va", se va, si muove per cavoli suoi grazie e soprattutto ad iniziative individuali e, il pià delle volte, eroiche.
Ho sempre pensato che il Vesuvio rappresenti un “Logo” di straordinario impatto comunicazionale, uno dei più riconosciuti al mondo, forse più della Coca Cola. Perché non sfruttarlo a dovere?
I cambiamenti veri si muovono sempre dal basso e penso sia forse giunto il momento di stringerci intorno alle pendici del vulcano e, salendo verso la vetta, raccogliere quanto di buono, sano e prezioso vi troviamo. Raccogliere, valorizzare e proporre, nei luoghi giusti e nei modi corretti, mettendo in campo tutta la nostra passione e, chi ne ha, professionalità , doti che troppo spesso riusciamo ad esprimere cosi bene, nella maggior parte dei casi, solo lontano da casa.

Il Vesuvio, sicuramente tra le meraviglie del mondo, è un millenario compagno di vita per centinaia di migliaia di persone. Un vulcano attivo spesso al centro di preoccupazioni e timori.
Lo riscopriamo culla di eccellenze e di tipicità sorprendenti.
Da queste considerazioni nasce un'idea: evidenziare queste eccellenze ragionando sulle realtà note e meno note che hanno puntato e continuano a puntare sulla qualità e la tipicità senza perdere di vista il contesto ambientale e le conseguenti difficoltà che ne derivano.
Questa sezione del Blog de "Il Certosino" è dedicata ad accogliere, fuori dal mondo di Face Book (dove è nato il gruppo) tutti gli appassionati, gli operatori del settore agroalimentare e della comunicazione che si ritrovano nella filosofia di questa iniziativa.
Come in ogni blog. cercheremo di inserire contenuti a disposizione di tutti, stimolando, nel contempo, lo scambio di idee e le proposte. Siamo certi, senza voler essere presuntuosi, che questo strumento, insieme ad altri, ci aiuti a cogliere l'obiettivo, cioè creare una rete reale di interessi culturali, informativi e imprenditoriali intorno al Vesuvio e a sostenerla..

Riprendiamo con la seconda puntata il nostro itinerario informativo dedicato all’olio extravergine d’oliva. Compriamolo “col naso” , non “a naso” Il Profumo e l’aroma – 1
Per ottenere un’extravergine di qualità è indispensabile che tutte le operazioni effettuate sulle olive siano razionali ed efficaci: dalla coltivazione fino all’estrazione in frantoio. Le olive devono essere sane, al giusto punto di maturazione e raccolte dall’albero a mano o con mezzi meccanici, evitando la raccolta a terra, la raccolta per caduta spontanea su reti che avviene solo quando viene superato il massimo livello di maturazione e inizia il processo di marcescenza, la bacchiatura, ossia la caduta delle olive procurata battendole con lunghi bastoni.
Questi metodi vengono purtroppo ancora praticati in alcune aree per necessità derivanti dalla grande dimensione degli ulivi, a terreni scoscesi, per erronei usi e consuetudini e per decenni di contraddittorie politiche comunitarie. Agli olivicoltori venivano infatti erogati notevoli contributi finanziari a fondo perduto sulla base delle quantità di olio prodotto, indifferentemente dal suo livello qualitativo o dal tipo di colture praticate.
Ciò ha originato irreversibili danni al comparto perché tale sistema ha portato il nostro Paese, il più vocato al mondo per produrre extravergini di qualità, ad essere quasi per il 50% della sua produzione costituita da “oli lampanti”, cosi denominati in quanto non commestibili.
Per essi, come per gli oli di semi, è obbligatoria la raffinazione con solventi chimici per eliminare l’elevata acidità libera e necessarie altre pratiche violente quali la decolorazione e la deodorazione per togliere i nauseabondi odori. Va anche considerato che con la raffinazione vengono eliminati gli attributi di gusto e aroma che fanno dell’extravergine il più valido condimento dello stile alimentare mediterraneo e soprattutto quei preziosi microelementi, le vitamine e gli antiossidanti, cui sempre più la scienza attribuisce proprietà di prevenzione contro diverse patologie e per alcuni aspetti quasi terapeutiche.

Nell’ottica delle nostre modalità operative che, come sapete, prediligono fornire una corretta informazione sulle problematiche enogastronomiche, abbiamo pensato fosse utile per tutti voi, attenti alla qualità e al gusto, avere uno strumento corretto di valutazione di uno dei prodotti più presenti nella nostra alimentazione: l’Olio.
Per cui, evitando di tediarvi in una lettura lunga e complessa, abbiamo pensato di “dividere in puntate” questo percorso informativo, eventualmente dandovi il tempo di chiedere approfondimenti e delucidazioni.
Come avete letto nell’oggetto l’argomento è la riconoscibilità dell’olio, della sua qualità attivando gli strumenti della degustazione. Non dimenticate che il nostro olfatto-gusto è uno strumento potentissimo che tutti noi, spesso, sottovalutiamo. Le informazioni che, qui di seguito vi daremo, sono tratte da una pubblicazione di Raffaele Sacchi, professore di chimica e tecnologia degli oli e grassi presso la facoltà di Agraria dell’università Federico II di Napoli. Raffaele Sacchi, oltre che un divulgatore, è anche un apprezzato illustratore umoristico-scientifico ed è studioso da oltre 20 anni della qualità sensoriale e della tipicità dell’olio extravergine d’oliva.
Compriamolo “col naso” , non “a naso”
Il Colore e la torbidità: Il Colore dell’olio dipende dalla quantità di pigmenti gialli (caroteni) e verdi (clorofilla) presenti. Questi, a loro volta, dipendono da numerosi fattori quali: varietà e stadio di maturazione delle olive, tecnologia di estrazione, conservazione. Il colore, in senso assoluto, non è un indicatore affidabile della qualità effettiva dell’olio. Infatti, a meno di colorazioni tendenti all’arancio o al bruno, che denotano un’evidente ossidazione, ol colore più o meno giallo o più o meno verde non è strettamente legato alla qualità oggettiva del prodotto (nutrizionale e sensoriale).
La torbidità non è necessariamente, come qualche produttore tende a far credere, indice di genuinità e superiore qualità: l’olio appena ottenuto al frantoio si presenta leggermente torbido, velato, è assolutamente normale, però, che nel tempo possa depositare sul fondo un po’ di sedimento e tracce d’acqua (morchie) che se non allontanati tendono nel tempo ad alterare i profumi originari dell’olio.
Certamente l’olio velato appena prodotto ha qualità uniche (olio nuovo e vino vecchio dicevano gli antichi), ma dobbiamo stare attenti a conservarlo a basse temperature al buio e a consumarloin qualche mese. Altrimenti è opportuno effettuare dei travasi ed eventualmente la filtrazione.
Gli olio in bottiglia, per prolungate distribuzioni e per una vita media di oltre 1 anno, sono, per questo motivo, solitamente filtrati. Di per se quindi, il fatto che sia torbido o limpido non dice niente sulla qualità, il tutto è legato alle modalità di conservazione e al tempo dell’uso del prodotto.
Per ora è tutto, la prossima “puntata” parleremo del profumo-aroma. Un saluto a tutti Voi.
Francesco
Un nuovo "pastrocchio" preparato dalla burocrazia comunitaria, leggiamo infatti dalla rassegna stampa settimanale WineWebNews le reazioni sdegnate che ha suscitato lo strampalato progetto degli euroburocrati di Bruxelles di autorizzare la produzione di vini rosati ottenuti dalla cuvee di vini bianchi e vini rossi. Gli euro burocrati si sono trovati di fronte ad una reazione più vibrata e compatta di quanto s’immaginassero e allora quale soluzione hanno tirato fuori dal loro cilindro? Come informano una serie di agenzie diffuse ieri pomeriggio, su proposta della commissaria europea all’agricoltura, Mariann Fischer Boel, avrebbero trovato, con il via libera di 26 stati membri su 27 (solo la Francia si è astenuta) l’escamotage per distinguere il rosé vero, che viene tradizionalmente prodotto dalla vinificazione di uve rosse in bianco, con una tecnica, particolare e delicata, collaudata in Francia, ma anche in Italia in regioni leader come Puglia, Abruzzo e in altre aree di produzione, dal “rosé de coupage” fatto mischiando disinvoltamente ed in maniera sciocca vini bianchi e vini rossi. Si tratterebbe, dicono le notizie diffuse dall’Ansa e dalle altre agenzie, “di riconoscere la produzione europea di vero vino rosè, tramite un’etichettatura facoltativa con la dicitura “vino rosè tradizionale”. Tuttavia, la proposta prevede la possibilità per gli stati membri interessati di introdurre un’etichetta obbligatoria per la loro specifica produzione, ed un’ampia discrezionalità "per modificare la menzione tradizionale con un’altra valorizzante, o aggiungere altre espressioni valorizzanti". La proposta, per quanto riguarda le miscele di vino da tavola, prevede che la menzione «rosè per miscelazione» può essere utilizzata volontariamente oppure resa obbligatoria, ma solo per la produzione interna di uno stato membro. Ufficialmente si tratta di un voto esclusivamente indicativo in quanto il documento verrà ora trasmesso all’Ufficio per le barriere tecniche agli scambi dell’Organizzazione mondiale per il commercio, che avrà due mesi di tempo per esaminare se il documento è in linea con le regole della Wto. La proposta ritornerà quindi al Comitato di gestione per il varo definitivo da parte di Bruxelles. Le reazioni a questa “soluzione”, anche in Italia, non si sono fatte attendere e se secondo la Confagricoltura, “la proposta di Bruxelles di valorizzare la produzione di vero vino rosé con la dicitura in etichetta «vino rosé tradizionale» è un segnale positivo per la difesa delle produzioni vinicole di pregio” e “al fine di tutelare al meglio i produttori ed informare con maggiore precisione i consumatori, sarebbe stato più opportuno, ad avviso di Confagricoltura, imporre l’obbligo di indicare in etichetta il prodotto ottenuto dal taglio di vino rosso e bianco”, secondo la Coldiretti si tratta di una “decisione che abbassa il livello qualitativo dell’offerta vitivinicola europea aprendo di fatto la strada ad una scorciatoia che inganna i cittadini europei e danneggia i produttori di vero rosé che si ottiene vinificando in bianco le uve rosse. Il fatto che le imprese che sceglieranno la via naturale per la produzione di rosé potranno volontariamente indicarlo in etichetta con la scritta “vino rosé tradizionale”, non è sufficiente - sostiene la Coldiretti - a tutelare il mercato dalla concorrenza sleale. La possibilità accordata agli Stati membri interessati di introdurre un’etichetta obbligatoria per la loro specifica produzione non impedisce peraltro l’arrivo sul mercato nazionale di “falsi rosé” di produzione comunitaria”. Una scelta, quella della UE, che “segue l’autorizzazione della pratica dello zuccheraggio, la possibilità di chiamare vino anche quello ottenuto dalla fermentazione di frutti diversi dall’uva ed è una diretta conseguenza della riforma di mercato europeo del vino, la possibilità di eliminare parte dell’alcol naturalmente contenuto nel vino e di utilizzare i trucioli per invecchiare il vino senza alcuna indicazione in etichetta. Una riforma che favorisce la concorrenza sleale a danno del vino italiano, che è già il piu’ “taroccato” all’estero dove sono molto diffuse imitazioni che mettono a rischio l’immagine del prodotto e le opportunità di penetrazione dei mercati”. Non soddisfatto da queste brevi note d’agenzia, ho voluto saperne di più, scoprendo, dalla consultazione dell’informatissimo blog Wine Business Intelligence, che si tratta di una soluzione per modo di dire, perché l’autorizzazione ad utilizzare anche in Europa una pratica quella della mélange di vino rosso e bianco già utilizzata dai principali concorrenti extraeuropei, passa con un contentino, quella della dizione “vino rosé tradizionale” oppure “rosé traditionnel” apposta in etichetta, che accontenta solo in apparenza i francesi. Difatti, come si può leggere qui, la Francia potrà rendere obbligatoria l’indicazione “rosé par coupage” solamente per i vini prodotti in Francia, mentre i rosé de coupage prodotti in Spagna o nei Paesi del Nuovo Mondo tipo Australia, Nuova Zelanda, California, che sono i principali competitors dei rosé, stile tradizionale, francesi, non saranno tenuti a fornire questa indicazione in etichetta. Quando si parla poi di un’ampia discrezionalità “per modificare la menzione tradizionale con un’altra valorizzante, o aggiungere altre espressioni valorizzanti”, che potrebbero essere quella di “rosé véritable” o “vero rosé”, si fa riferimento ad un percorso molto complesso che passa attraverso un’autorizzazione comunitaria che è tutt’altro che certo possa essere concessa. Ha un bel dichiarare, a piena ragione, il ministro dell’Agricoltura francese, Michel Barnier, che “occorre dire la verità ai consumatori, ovvero che un vero vino tradizionale rosato è ben altra cosa da un vino rosato ottenuto da un mix, da un coupage tra un vino rosso e uno bianco come quelli dei concorrenti extraeuropei”, ma mi sa tanto che che quello di Monsieur Barnier resterà un pio desiderio.
Sia in Europa che in USA aria nuova sulla chiarezza delle etichette alimentari: tutelati produttori, trasformatori e consumatori.
Il 20 Febbraio scorso è stato approvato un disegno di legge che porterà entro breve, a meno di improbabili dietrofront, a rendere obbligatoria in etichetta l’origine dei prodotti agroalimentari. Curiosamente, proprio nelle stesse ore, dall’altra parte dell’Atlantico il neopresidente USA Obama ha impresso una decisa svolta alla politica alimentare statunitense promuovendo l’indicazione di provenienza sulle etichette degli alimenti. Una svolta storica per gli Stati Uniti, un’iniziativa per favorire acquisti consapevoli da parte dei cittadini americani con una maggiore trasparenza sul vero Made in Usa ma che scontenta non poco le potenti lobby della distribuzione e trasformazione alimentare che erano abituate ad operare tranquillamente senza dover rendere conto al consumatore.
In particolare il problema riguarda infatti principalmente la carne, importata in modo massiccio da Messico e Canada e venduta come americana, ma anche la frutta e verdura ed altri prodotti provenienti dall’estero che vengono sovente “confusi” con le produzioni locali.
Tornando all’Italia è significativo il commento del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia: “Il Disegno di legge per il rafforzamento della competitività del settore agroalimentare contiene, all’articolo 6, anche le nuove norme sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari e sancisce un patto forte fra produttori, trasformatori e consumatori che saranno chiamati a stabilire per quali prodotti dovrà essere obbligatorio, e in che termini, indicare l’origine in etichetta. Stiamo lavorando sin dal giorno dell’insediamento per inaugurare una nuova stagione, nella quale la trasparenza delle informazioni a disposizione dei cittadini sia, allo stesso tempo, un valore aggiunto ed una grande opportunità per le aziende ed un decisivo criterio di scelta di cosa acquistare da parte dei consumatori”. “La nuova normativa sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari avrà anche una funzione deterrente dei comportamenti commercialmente o legalmente scorretti a danno dei consumatori. A questi ultimi – ha spiegato ancora il Ministro – intendiamo dare tutti gli strumenti necessari per orientarsi in un mercato difficile e avere così un ruolo attivo di ‘giurato della qualità’ dei prodotti che intenderà acquistare”.
Indicazione obbligatoria del luogo di origine del prodotto e - se e' trasformato- del luogo dell'ultima trasformazione sostanziale e dell'origine del prodotto principale; sanzioni fino a 10.000 euro per gli inadempienti e, come anticipato, una lista dei prodotti da tutelare, stilata insieme ai produttori, filiera per filiera.
I punti salienti del Disegno di legge sono questi.
“La norma risponde perfettamente ai criteri di “tracciabilità che, dal 2002, sono le fondamenta solide di ogni normativa inerente la sicurezza alimentare. Sia chiaro – ha spiegato Zaia – che non c’è alcuna volontà protezionistica, bensì una doverosa difesa dei prodotti di qualità dell’agroalimentare italiano e dei consumatori , che non vanno mai indotti in errore".
Il Disegno di legge punta a rilanciare il settore-agroalimentare, introducendo importanti novità soprattutto per quanto riguarda l’attività di contrasto delle frodi. L’articolo 2 del provvedimento, infatti, rafforza la tutela e la competitività dei prodotti a denominazione protetta, modificando la legge 11 aprile 1974, n. 138 ed introducendo l’applicazione di sanzioni più severe. Con l’articolo 1 si rinnova la norma relativa ai contratti di filiera e di distretto, rendendo questo strumento operativo per una più ampia platea di imprese, soprattutto quelle non comprese nelle aree svantaggiate, già da tempo sostenute da questa importante misura. La norma ha già ottenuto il parere positivo della Conferenza Stato Regioni”. Secondo una recente indagine Coldiretti-Swg sulle abitudini degli italiani la quasi totalità dei cittadini (98 per cento) considera necessario che debba essere sempre indicato in etichetta il luogo di origine della componente agricola contenuta negli alimenti. Quandi per una volta un provvedimento di legge a “furor di popolo”!!
da Enotime, articolo a firma di Elisabetta Fezzi
Il piennolo, un'arte antica tramandata di padre in figlio, ci riporta indietro nel tempo quando per "tenere" i pomodori fino a Pasqua li si lasciava appassire in grappoli. La caratteristica montatura a grappoli, come si può vedere dal video, detta "Piennolo" o "Spunzillo", è un'antica modalità che ne permette la conservazione per mesi. I pomodorini, in tal modo, si asciugano esaltando le carateristiche organolettiche del terreno vulcanico vesuviano nel quale vengono rigorosamente coltivati. Un prodotto unico e di grande fascino gustativo è particolarmente indicato per l'utilizzo con preparazioni a base di pesce o anche per uno spaghetto dal gusto impareggiabile.

Come già anticipato sul nostro sito, presso la nostra enoteca si terrà, a partire dal prossimo 20 febbraio (venerdi), il Master del Vino 1° livello organizzato dalla Condotta Slow Food locale dell’Agro.
Il corso è a numero chiuso (max 25 partecipanti) e si terrà presso i locali della nostra enoteca. 6 gli appuntamenti settimanali durante i quali si affronteranno tutti gli aspetti di approccio al mondo del vino. Nella sostanza è una vera e propria introduzione teorico-pratica ai processi produttivi, alle nozioni essenziali di viticoltura, di vinificazione e soprattutto al linguaggio ed agli strumenti della degustazione.
Ogni incontro è suddiviso in due parti: Lezione teorica e Degustazione di 4 o 5 vini di diverso stile e tipologia, strettamente collegati agli argomenti trattati nella lezione. Dalla Viticoltura al servizio del vino, dall’esame visivo, olfattivo e gustativo fino agli abbinamenti, un ciclo di lezioni per entrare con piacevolezza e competenza nel mondo di Bacco.
Il Master, alla fine del quale sarà certificata la frequenza, ha un costo di €210,00, per i partecipanti con più di trent’anni di età, e di € 190,00 per quelli con età fino a trent’anni. La quota comprende: Quota associativa a Slow Food per un anno; Borsa + 6 calici da degustazione Dispensa del corso e “Il piacere del vino”, manuale per imparare a bere meglio.
· Prima Lezione – Venerdi 13 febbraio 2009 ore 21.00 - Storia del vino e analisi sensoriale
· Seconda Lezione – Venerdi 20 febbraio 2009 ore 21.00 - Esame visivo e vinificazione
· Terza Lezione – Venerdi 27 febbraio 2009 ore 21.00 - Esame olfattivo, viticoltura e vinificazione
· Quarta Lezione – Venerdi 6 marzo 2009 ore 21.00 - Esame gustativo, clima, vigna e cantina
· Quinta Lezione – Venerdi 13 marzo 2009 ore 21.00 - Gli equilibri gusto olfattivi
· Sesta Lezione – Venerdi 20 marzo 2009 ore 21.00 - Servizio, norme e abbinamenti.
Il corso sarà tenuto da Alberto Capasso, docente nazionale dei Master of Food.
La prenotazione è obbligatoria ed impegnativa (acconto di € 50,00) e può essere effettuata via e-mail all’indirizzo ordini@ilcertosino.it o personalmente presso la sede de “Il Certosino” in Via F.Dentice D’Accadia, 48 Nocera Inferiore (Sa).
Informazioni aggiuntive e delucidazioni a info@ilcertosino.it o al numero telefonico 081 517.16.97 (tutti i giorni, dal martedi al sabato, dalle 10,00 alle 13,30 e dalle 16,30 alle 20,30)
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